Selfie

 

Se è vero che negli occhi della gente
Si vede quello che vedrà
Qualcuno avrebbe potuto dircelo
Un milione di anni fa

La gioia di essere, fosse anche solo quel momento
Senza pensare a quanta crudeltà
Mangiar le ore a cucchiaiate e far l’amore
Con l’illusione di poter fermare il tempo

Ma il tempo non si fermerà
E chissà quanto ci cambierà

Chissà se un occhio più avveduto avrebbe visto
Fra le pieghe del tuo sguardo compiaciuto
Le ombre degli altri uomini
Con cui in futuro avresti combattuto

E se i miei occhi malcelanti timidezza
Mascherata da insicura indifferenza
Avrebbero potuto accorgersi già allora
Che la verità è semplicità e trasparenza

Era tutto lì nei nostri occhi?
Troppo indaffarati sul presente
E ora è tutto qui nel nostro cuore
E nel silenzio della nostra mente

Manima ha riaperto i battenti? forse è un po’ presto per dirlo, diciamo che ho un’altra canzone da arrangiare e da registrare per quando, finalmente, il tempo di mettermi seriamente a registrare mi troverà.

Alla prossima.

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L’araba fenice – sei

Che poi, in fondo, che differenza c’è tra un piano inclinato e uno scivolo?

Forse nessuna, no?

C’è un momento in cui si arriva in alto, nel punto più alto e si guarda in giù. Si pensa di essere in cima al mondo, si osserva tutto da una prospettiva diversa e ci si sente grandi.

Forse felici.

Ma non ci si accontenta, quell’attimo di perfezione in fondo è un istante, è un momento, e quell’equilibrio è instabile.

E così si inizia a scendere, prima piano piano e poi sempre più veloci e scendendo veloci, veloci, sempre più veloci la sensazione di stordimento aumenta, aumenta e ci si sente sempre più euforici e non ci si riesce più a fermare. Si è fuori controllo.

Poi si arriva sul fondo, finisce tutto e iniziano le domande: “e ora?”, “che faccio, risalgo?”, “rimango qui?”, “ne valeva la pena?”

Forse sta tutto lì: risalire e spendere energie per godersi un attimo di estasi e una scivolata a rompicollo che stordisce e non fa pensare.

E, per quanta fatica si possa fare, una volta arrivati in fondo, non si vede l’ora di risalire per poi rituffarsi giù.

“si, pronto?”

“ciao Margherita…”

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L’araba fenice – cinque

Mamma se è duro, oh!

E’ sempre la stessa…

Ecco, mi ha messo di malumore…

Ora sarà di malumore… Se solo non fosse sempre così testona… Era una cosa importante…almeno credo…

Che poi, chissà cos’aveva di così importante da dire… Lo so già, avrebbe iniziato a parlare, parlare…e io sarei rimasta lì, come un pesce lesso e avrei capito una parola su due. Meglio così, guarda…

Che poi magari manco sarei riuscito a dire, anzi a spiegare, cosa volevo dirle… Ma, forse, ci saremmo capiti lo stesso…

Lui poi si sarebbe illuso, come sempre, di aggiustare sempre tutto con quattro parole convinto che poi ci si sarebbe capiti…

Vabbè.

Vabbè

“Buongiorno…”

Ma, piuttosto, quando arriva?!?!?

Ammazza che faccia da scemo che ha questo… Ahhh, stai a vedere che è…

Arrivo! …era ora! ma perché c’hai messo così tanto?!?!?”

Vabbè, andiamo che è meglio, va…

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L’araba fenice – quattro

“adesso mi fai entrare?”
“sto aspettando una persona, non l’avevi ancora capito?”
“si, ma…”
“allora forse è il caso che te ne vada, che dici?”
“è che ti devo dire una cosa”
“proprio adesso?”
“beh, no…in effetti…”
“allora…”
“…però è importante”
“…”
“è che sono…ho fatto un viaggio!”
“bene, ti sei divertito?”
“smettila, ho fatto un viaggio un po’ particolare e ho visto delle cose…delle cose che ti vorrei raccontare…”
“hai ripreso a fumare?”
“dai, smettila, sono serio”
“e dove sei stato?”
“ehm…nel futuro”
“senti, smettila, vai a farti un giro dai, ora aspetto una persona…”
“ma, aspetta…davvero, non sto scherzando!”
“ok ok, me lo racconti un altro giorno, va bene?”
“mah…non sei curiosa?”
“NO!”

Così, senza nemmeno riuscire ad entrare in casa rimase lì, come un fesso, sul pianerottolo… In realtà non era tanto quello a dispiacergli piuttosto il non aver avuto il tempo di dirgli cosa avesse visto durante il suo viaggio…

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L’araba fenice – tre

“Torno un’altra volta?”
“No!”
“Nel senso di ‘resta!’ o nel senso di ‘non tornare più’?”
“Tu cosa mi hai chiesto?”
“Ti ho chiesto se potevo tornare un’altra volta…”
“No, non mi hai chiesto se ‘potevi’ tornare un’altra volta…”
“Ah, ok, quindi…”
“Insomma, che ci fai?”
“…non mi fai entrare?”
“…”
“ho capito, niente, guarda, volevo sapere come stavi e…però in effetti avrei fatto meglio a dare prima un colpo di telefono…”
“…e cosa?”
“no, niente, avevo fatto questa scatoletta ed ero venuto a portartela…”
“…che bella! ma l’hai fatta tu?”
“si…in realtà la sorpresa è dentro però…”
“ah…”
“aspetta! …fai attenzione ad aprirla, potrebbe scappare…”
“mah! cos’è?!?!”
“…aprila! piano piano…”
“…ma è vuota… Cos’è?”
“Un pensiero!”

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L’araba fenice – due

“ARRIIIVOOO…”

Ultimamente il tempo volava, e così il suo morale.
Era felice. Probabilmente per il solo motivo di non chiedersi da tempo se lo fosse davvero…
Aveva anche ridipinto casa, comprato qualche mobile nuovo e, davvero incredibile questo, aveva comprato qualche pianta colorata da appartamento che, abbastanza curiosamente, sopravviveva al suo proverbiale “pollice verde”.
Era felice, tutto lì.

“Accidenti, è in anticipo…ma non lo sa che le ragazze vanno fatte aspettare? Proprio oggi che avevo deciso di stare un po’ di più a mollo nella vasca…”
“ARRIIIVOOO…”

Non si ricordava nemmeno lei quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che si era sentita così.
Il fatto era che per un motivo o per un altro non riusciva a trovare un uomo con cui riuscisse ad andare oltre al terzo appuntamento, per non parlare poi di andarci a letto…
Niente da fare, si annoiava prima.
Aveva trovato il modo di bastarsi da sola e questo l’aveva resa molto esigente.
Con lui invece sembrava funzionare, la faceva ridere e, soprattutto, non la faceva pensare.

“Arrivo arrivo…eccomi…”

“Ah…sei tu. Che ci fai, qui?!?”

Ecco, se uno adesso dovesse immaginare la colonna sonora di questo momento e dovesse descrivere quello che, in un attimo, balenò nella testa di lui, probabilmente la canzone migliore sarebbe… “Fioooriii rooosaaa fiooori di peeescooo…”

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La vita a cucchiaiate

«Forse, nella prodigalità della giovinezza, facciamo dono facilmente, e del tutto arbitrariamente, del nostro affetto, col presupposto sbagliato d’averne sempre altro da offrire».
Michael Cunningham, “Una casa alla fine del mondo”

C’è poco da fare, nella vita c’è proprio poco di proporzionale; anzi, la proporzionalità è un concetto astratto, matematico, che serve da parametro di riferimento e, forse, proprio per farci capire che di proporzionale non c’è proprio un bel niente.

Io credo, al contrario, che il valore delle cose, o perlomeno il valore che noi siamo in grado di percepire nelle cose, sia variabile, relativo; in qualche misura inversamente proporzionale al livello di esperienza che abbiamo.

Questo significa che il valore che diamo alle cose è inversamente proporzionale alla quantità di cui possiamo disporre? Beh, detta così mi pare che abbia senso…

Pensavo ad un qualcosa del genere proprio l’altro giorno mentre ero in vacanza (mi sono preso una settimana scarsa di ferie e sono stato al mare, a giugno!, che bello, non so nemmeno se mi sia mai capitato in tutta la mia vita…) poi un post di un mio amico di FB (che ringrazio riportando il suo post nella citazione di apertura) mi ha fatto scattare, come spesso accade, l’idea per questo post.

Dicevo, ho passato una settimana al mare, bene; quello che ho notato, e che volevo provare a raccontare in questo post, era il diverso modo di approcciare le giornate man mano che passavano i giorni e, essendone passati così pochi ho potuto coglierne, e raccoglierne tutte assieme, le differenze.

I primi giorni li passavo in scioltezza, quasi sprecando il tempo a dormire, andando in spiaggia poco e tornando in bungalow nelle ore più belle, quasi come se davanti avessi una vita. Poi, gli ultimi giorni mangiavamo sempre più tardi e stavamo in spiaggia fino alla fine quando la luce è più bella, il mare più calmo e la spiaggia meno affollata…

In pratica era come se le giornate all’inizio durassero molto di più che alla fine e al tempo stesso che alla fine avessero più sapore che all’inizio.

A noi, esseri umani, questo concetto appare perfettamente logico e naturale, me ne rendo conto. Ma allo stesso modo mi rendo conto di come ad un “essere matematico” questa considerazione possa apparire una stravaganza dialettica, nulla di più.

D’altra parte, pensiamoci un attimo, quando apriamo un barattolo di Nutella, come la mangiamo? A cucchiaiate, affondando il cucchiaio con soddisfazione nel barattolo nuovo e stracolmo, no? e quando sta per finire? raschiamo il barattolo con il cucchiaino sporcandoci pure le dita sul bordo per arrivare fino in fondo, no?

Non solo, all’inizio rimettiamo il cucchiaio ancora sporco nel lavello mentre alla fine lecchiamo il cucchiaino così bene che poi lo potremmo rimettere pure nel cassetto delle posate, vero? (pss…, a volte io lo faccio ancora adesso…)

Ma allora: possiamo davvero dire che la stessa quantità di Nutella ha lo stesso sapore dalla prima cucchiaiata all’ultima leccata di dita?

E quindi, non sarà forse che noi stessi ci approcciamo alla vita come ad un barattolo di Nutella? Pensate ad un bambino e ditemi se non è vero che i bambini divorano la loro vita a “cucchiaiate”…

Tornando all’esempio della vacanza però, mi vengono altre considerazioni, ovvero: se i primi giorni li passavo “sprecando” il tempo, era perché dovevo ancora capire? dovevo ancora realizzare che esisteva un modo “migliore” per impiegarlo?

Oppure, semplicemente, il tempo aveva un’utilità diversa man mano che il tempo stesso passava?

In altre parole, è possibile che all’inizio avessi bisogno di riposare e svuotare la mente e alla fine avessi bisogno di regalarmi un qualcosa di bello da ricordare?

Chi lo sa.

Quel che è certo è che nessuno ce lo può spiegare o, meglio, non siamo in grado di impararlo da nessuno se non da noi stessi e dalla nostra esperienza (ovvero dalle nostre scelte, talvolta corrette talvolta sbagliate e dai nostri colpi di fortuna e dalle nostre disavventure).

Come diceva Kierkegaard “La vita si può capire solo all’indietro, ma la si vive in avanti”.

Già.

Se però è così (e occhio perché adesso viene fuori la mia vena da ingegnere…) esiste un punto di inversione. Esiste uno “zero” (si direbbe in matematica). Esiste un punto in cui tutto (si fa per dire) torna.

Deve esistere. Lo capite?

Ci deve essere un momento in cui il tempo cambia velocità, un tempo in cui un secondo vale veramente un secondo o forse, più semplicemente, un tempo in cui un attimo vale un attimo. Un momento di perfezione. Il posto giusto.

Come direbbe Paolo Sorrentino, This must be the place.

Non a caso, la frase (a mio avviso) più significativa del film e che (sempre secondo me) lo riassume alla perfezione la dice proprio Cheyenne quando dice

Lo sai qual’è il vero problema?
Che passiamo senza farci troppo caso
dall’ età in cui si dice “un giorno farò così”
all’età in cui si dice “è andata così…”

E quel momento in cui si passa da un’età all’altra è proprio l’istante che spesso non siamo in grado di riconoscere, il giro di boa, il momento di inversione di velocità.

L’ultima volta.

O aveva ragione Abatantuono quando in Turnè si chiedeva dell’esistenza di un effetto “velocità”?

“Uno passa la vita a farsi dire che prima è troppo giovane poi dopo diventa troppo vecchio. Ci sarà una fase centrale in cui uno deve correre?
Vu-vu-vu-vu-vu
L’effetto velocità, servirà no? ci sarà un motivo?”

Alla prossima.

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